In questa nuova messa in scena de La traviata, la figura di Violetta Valéry si riscrive attraverso il simbolismo del fiore – fragile, effimero, splendido – che diventa immagine guida di tutta l’opera: non più soltanto cortigiana, non solo eroina romantica, ma fiore reciso, offerto al mondo e sacrificato nel suo pieno sbocciare.
Violetta, il cui stesso nome evoca fragranza e colore, delicatezza e transitorietà, è Margherita Gauthier, la Signora delle Camelie: fiore che non profuma, artificioso, costruito come lei per il desiderio altrui. Attorno a lei si muovono altri fiori umani: Flora, l’amica, confidente e specchio oscuro; Alfredo, che coglie il fiore dell’amore ma non sa custodirlo; Germont, giardiniere crudele che pota ciò che giudica disonorevole.
«Sarò là, tra quei fior, presso a te sempre»
Ogni atto di questa Traviata è un giardino in trasformazione:
– I lieti calici infiorati del primo atto celebrano una primavera illusoria;
– Il rifugio in campagna è il tentativo di rifiorire lontano dalla mondanità
parigina;
– Il carnevale traveste e degrada, come i fiori che incoronano l’asino;
– L’ultimo atto è una serra morente: la bellezza appassisce, il corpo cede, e Violetta è sola, senza lacrima o fiore per il suo congedo.
«Se una pudica vergine, negli anni del suo fiore…»
In questo allestimento, il fiore non è solo un elemento estetico dal valore simbolico, ma diventa protagonista di un martirio: simbolo di una femminilità che sboccia per essere colta e, così, distrutta. La traviata – Il martirio di un fiore è una riflessione sull’amore che consuma, sulla società che recide ciò che non può controllare, e su una donna alla quale, come a un fiore, viene concesso di brillare per un tempo troppo breve.
